Febbre

PANORAMICA

Si tratta di uno dei più comuni sintomi di un’alterazione nelle funzioni del nostro organismo: la febbre può avere cause molteplici, la più comune delle quali è un’aggressione da parte di agenti patogeni esterni (solitamente batteri o virus), e si tratta di un fenomeno distinto dalla cosiddetta ipertermia.

A differenza di quest’ultima, la febbre è in effetti una vera e propria variazione della termoregolazione corporea, che si manifesta attraverso una serie di reazioni chimiche che avvengono a livello dell’ipotalamo: in altre parole, in presenza di determinate condizioni patologiche, il nostro cervello va a modificare la temperatura media del nostro corpo, che normalmente oscilla fra i 36,5°C e i 37,5°C, e la innalza (in maniera reversibile) allo scopo di accelerare il metabolismo e potenziare l’azione del sistema immunitario nel combattere l’infezione. Può avere diversi tipi di andamento, in base alla patologia che la scatena, e di norma il livello della temperatura non è legato alla gravità della malattia: patologie banali e poco rischiose possono provocare manifestazioni febbrili molto marcate e altre, viceversa, possono non dare luogo a febbre. Ciononostante, è importante tenerla sotto controllo: lo stato febbrile è infatti una condizione molto dispendiosa, a livello energetico, per il nostro organismo e comunque, quando si supera una certa temperatura (attorno ai 39°C) è considerata pericolosa per la salute. Quando - in rari casi - si superano i 41,5°C, si parla di iperpiressia, condizione particolarmente grave.

Cause della febbre

L’ipotalamo è una zona del nostro cervello che agisce, fra le altre cose, come una sorta di termostato naturale: si occupa infatti di mantenere costante la temperatura corporea, la quale è comunque soggetta a variazioni fisiologiche nel corso della giornata. Tende, per esempio, a essere più alta di mattina e subito dopo i pasti. Quando si scatena la risposta immunitaria a certe patologie, oppure come reazione a un fenomeno infiammatorio, l’ipotalamo viene stimolato a innalzare la temperatura media (il cosiddetto set point, comunemente stabilito a 37°C, pur essendo la questione ancora oggetto di dibattito e discussione in ambito scientifico) e a regolare di conseguenza l’equilibrio termico dell’organismo. A causare questa variazione sono i cosiddetti pirogeni. Spesso e volentieri si tratta di sostanze esterne all’organismo (virus, batteri, tossine), ma può trattarsi di citochine naturalmente prodotte dal nostro organismo, come avviene durante un’infiammazione. Il rialzo della temperatura ha il doppio beneficio di aumentare l’attività del sistema immunitario e inibire la proliferazione degli agenti patogeni. Per questo, la febbre è da considerarsi a tutti gli effetti un sintomo, e mai una malattia di per sé. Di norma, la febbre procede seguendo tre fasi:
  • Fase prodromica: coincide con l’inizio del processo febbrile e l’innalzamento della temperatura. In questa fase, a causa della vasocostrizione stimolata dall’ipotalamo, si hanno i caratteristici brividi. Ciò avviene perché l’organismo non ha ancora raggiunto il nuovo “set point” stabilito dall’ipotalamo stesso.
  • Acme febbrile: altrimenti detta fastigio, ha una durata e un andamento variabile ed è anche la fase in cui si hanno i sintomi più tipici; cefalea, dolori muscolari, oliguria (difficoltà alla minzione), aumento del battito cardiaco e della frequenza respiratoria, sensazione di calore.
  • Defervescenza: può avvenire in maniera più graduale (per lisi) o in modo più rapido (per crisi). I valori della temperatura tornano alla normalità, e l’organismo attiva una serie di meccanismi atti ad abbassare nuovamente la temperatura. In questa fase si ha un’intensa sudorazione.
Secondo la durata e le modalità di passaggio da una fase all’altra, si distinguono diverse tipologie di febbre, a loro volta legate di solito a specifiche patologie:
  • Febbre continua: in cui la temperatura raggiunge una certa soglia e si mantiene costante durante tutta la fase dell’acme febbrile. È tipica di patologie quali per esempio la polmonite, e solitamente ha una defervescenza rapida.
  • Febbre remittente: in cui la temperatura subisce delle oscillazioni giornaliere anche molto ampie (nell’ordine dei 2-3 gradi), senza mai scendere sotto la soglia febbrile. È solitamente indice di infezioni di tipo virale.
  • Febbre intermittente: in cui si alternano periodi di febbre a periodi di cosiddetta apiressia. Ciò può avvenire nel corso della giornata o nell’arco di più giorni. È legata, di norma, a un’infezione batterica (sepsi).
Il picco di manifestazioni febbrili, visto il legame con la sindrome influenzale, si ha nella stagione invernale (tipicamente fra gennaio e febbraio). Oltre ai casi già citati, la febbre può essere causata da malattie infettive tropicali (es. dengue, malaria, febbre gialla) e avere di conseguenza un decorso del tutto peculiare. Spesso e volentieri, tali malattie sono causate da morsi o punture di insetti. Altro caso particolare è la cosiddetta “febbre del viaggiatore”, una forma di gastroenterite acuta causata, quando appunto si viaggia, dal consumo di acqua contaminata o di cibi crudi. La gastroenterite è caratterizzata da sintomi tipici: febbre alta, nausea, vomito e diarrea.

Sintomi della febbre

Le tipiche manifestazioni febbrili si devono alla già citata naturale evoluzione del processo: brividi (soprattutto nella fase iniziale), malessere generale, cefalea (mal di testa), inappetenza, nausea, dolori muscolari e articolari sono sintomi che normalmente accompagnano lo stato febbrile, e possono essere accompagnati da altri sintomi riconducibili alla patologia di origine (tipicamente l’influenza, nella quale la febbre è accompagnata anche da tosse, raffreddore e talvolta otite). Particolarmente sentita, nonostante l’incidenza piuttosto bassa (si stima una percentuale di circa il 5%), è la questione relativa alle convulsioni febbrili: si verificano in modo particolare nei bambini dai 6 mesi ai 5 anni di età, soprattutto quando la temperatura è particolarmente alta (superiore ai 38,5°C): più rara l’occorrenza fra gli adulti. Tali crisi convulsive sono solitamente di breve durata e non hanno conseguenze gravi. Laddove si presentassero, è fondamentale non perdere la calma e seguire i consigli del proprio medico o del pediatra di fiducia, che saprà valutare il caso, formulare la diagnosi corretta e suggerire i comportamenti più adeguati per scongiurare l’eventualità che si possano ripresentare. Bisogna tener presente che la relazione fra crisi convulsive e stati febbrili non è bilaterale: come anticipato, l’incidenza delle convulsioni febbrili è relativamente bassa, e non sempre una crisi convulsiva è associata a uno stato febbrile. Per questo motivo è fondamentale che un medico competente valuti il quadro complessivo attraverso gli opportuni esami diagnostici. In linea di massima, comunque, il consiglio è cercare di tener bassa la febbre tramite appositi farmaci antipiretici.

Da sapere

Nonostante si tratti di un meccanismo di difesa fisiologico, quindi naturale, del nostro organismo, è opportuno che la febbre venga tenuta monitorata con attenzione, in un’ottica di prevenzione nei confronti di eventuali complicanze e saper distinguere quando è necessario rivolgersi al medico oppure al più vicino pronto soccorso. Il più delle volte, essendo lo stato febbrile associato a influenza e infezioni virali simili, per guarire può bastare una cura “casalinga” e l’automedicazione. La temperatura si può misurare attraverso il termometro in diverse aree del corpo, tenendo presente che la “soglia critica” può variare a seconda della zona (ascellare, rettale, orale, etc.) in cui viene misurata. Oltre alla misurazione costante, è consigliabile restare a riposo (possibilmente a letto), seguire un’alimentazione leggera e bere molto: la febbre causa infatti disidratazione, che va opportunamente compensata. Una terapia a base di farmaci antipiretici (tra cui anche i FANS, farmaci antinfiammatori non steroidei) è consigliata quando la febbre sia causata da infezioni batteriche o influenza stagionale, seguendo le indicazioni del foglietto illustrativo e comunque senza superare la dose e il periodo suggeriti dai medici. L’efficacia di rimedi quali l’applicazione di ghiaccio o le spugnature è invece relativa: l’abbassamento della temperatura che ne deriva è solo temporaneo e può anzi essere spesso controproducente. Oltre a ciò, bisogna ricordare che la febbre è quasi sempre associata alla presenza di un’altra patologia, di conseguenza il suo trattamento è necessariamente solo sintomatico. È diffuso, a tal proposito, l’utilizzo improprio di antibiotici, i quali sono efficaci solo incidentalmente: essi possono ridurre la febbre solo se causata da infezioni di tipo batterico e comunque ciò non avviene immediatamente. Meglio evitare di assumerli, quindi, quando non si è certi di un’infezione batterica.

In ogni caso, è opportuno rivolgersi al medico o recarsi al pronto soccorso se la febbre peggiora o persiste, nonostante il trattamento, a temperature alte oppure – tendenzialmente – per più di una settimana. Particolare attenzione va prestata se si presentano sintomi quali dolore toracico, difficoltà respiratorie gravi, sangue o muco nelle feci, e più in generale in soggetti anziani, cardiopatici o immunodepressi: lo stato febbrile, per un paziente di questo tipo, può essere più pericoloso e merita una valutazione più approfondita. Profondamente diversi, invece, i sintomi e le cause dell’ipertermia, altrimenti nota come colpo di calore: in questo caso l’aumento di temperatura è più marcato, repentino e, a differenza della febbre, dovuto a fattori esterni quali le condizioni climatiche, la prolungata esposizione al sole, o l’attività sportiva intensa. Il colpo di calore è caratterizzato da intensa sudorazione, nausea, cefalea, crampi muscolari e, nei casi più gravi, perdita di coscienza. Nei casi più gravi, fortunatamente rari, può provocare danni cerebrali o essere addirittura fatale. Per questo motivo, è considerato un’emergenza medica, che va trattata in ospedale.
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